Il richiamo del tempo, di Lucia Accoto

Ci sono storie che si consumano nel vuoto. Altre che sopravvivono ancorate alle radici di dialoghi, a volte silenti, con le voci. Storie nascoste nel lato oscuro della mente che riaffiorano per dignità nell’urlo secco del riscatto. Ed ognuna di esse non ha bisogno di merletti, di pizzi, di contorno per farsi conoscere. Perché la semplicità, la singolarità, il turbamento e la sofferenza rifiniscono il peso di ogni singola parola. Le storie hanno bisogno di orecchie tese per essere ascoltate, non di un linguaggio forbito. Hanno bisogno anche del battito che dia espressione all’esistenza senza volto. In “forteMENTE unico” alcuni pazienti psichiatrici in riabilitazione presso la cooperativa sociale L’Adelfia si raccontano. Ecco cosa scrive uno di loro, Pati:
“Luce, luce, luce …. Gridavo insieme ai miei amici, mentre un uomo con una fiaccola in mano accendeva l’ultima lampada a petrolio nella strada di fronte la casa dei miei nonni. Come avvolto in una nuvola bianca, quei ricordi e quelle immagini me li trovo davanti a me, dentro di me, attaccati sulla mia pelle. …. Ovunque. Emozionano mio Dio, e come emozionano. Sono nato nel 1954, nella casa paterna a Veglie. Il quinto di sei fratelli. Vivevo insieme al nonno Giuseppe. Per gli amici Pippi. Era alto 1 metro e 75, robusto, con viso forte nei lineamenti. Fumava la pipa, cappello da contadino, vestiva con pantaloni e bretelle, camicia e gilet. Aveva un’aria contadina. Ogni giorno si alzava con la fretta di andare in campagna – “manisciamane Santa, sennò se face tardi”, diceva alla nonna con la sua inseparabile bici andavano ogni giorno in campagna. Aveva tanti terreni. Più a cuore fra tutti gli stava uno che lui chiamava il giardino. Era magico. Lo coltivava con la zappa. Vi piantava tutti i tipi di verdura … e tanti fiori, profumati, colorati. Bellissimi! Come il mio nonno che oltre a fare il contadino costruiva anche le “panare” o ceste sotto la cantina di casa. Lì aveva tutti gli attrezzi adatti per fare ogni cosa. Mi ricordo anche la pinzetta per tirare i denti a chi avesse bisogno. E anche i soldi nascosti in un armadio a muro dove nessuno poteva mettere mano. La casa era molto bella e grande. Una casa antica, quattro stanze e una cucina con un camino grande. Tutti ci univamo a mangiare lì intorno. Lui e mia nonna mangiavano in un piatto di alluminio, mentre noi avevamo ognuno un piatto piccolo. Famiglia modesta, ma con tanto calore umano. Aspettavamo con ansia la domenica perché si potesse mangiare un pezzettino di carne ognuno. Il nonno fumava la pipa. E si affacciava al finestrino che dava alla strada per vedere chi passava. Gli faceva compagnia una vecchia radio, dove sentiva il giornale radio, studio uno, le canzoni di Sanremo. D’estate quando faceva molto caldo, salivo sui gradini della casa con tanti rampicanti verdi, una pila dove si lavavano le robe ed è lì che mi raccontava le sue storielle … i “cunti” come diciamo noi, qui sotto. Quando arrivò il tempo che non ce la faceva più, mi regalò la sua bici. Apprezzai tanto quel gesto e capì che ero il suo nipote preferito! Ancora adesso me lo sento vicino e nei momenti di difficoltà gli chiedo: nonno aiutami!!!”.
Storie genuine, improntate al rispetto e alla semplicità. Conoscere le storie, le vite di chi è “forteMENTE unico” porta a capire che non si sbaglia mai ad ascoltare ed a tendere una mano.
30 aprile 2015

 

FU3

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