Recensione dell’opera di Ferdinando Pappalardo L come letteratura, Progedit, Bari, 2016 di Giuseppe Mario Potenza

Rinunciare all’insegnamento di Dante? Si, dice Ferdinando Pappalardo nel suo saggio di letteratura. L’autore, professore di Teoria e storia dei generi letterari all’Università di Bari, già con esperienza in politica come senatore, lancia questa provocazione dopo un’attenta analisi dell’evoluzione del costume linguistico nelle nuove generazioni in relazione all’impatto sui giovani che nel tempo attuale la letteratura ha nella scuola.
Egli cita (pag.40) un passaggio delle lezioni americane di Italo Calvino: «Alle volte mi sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l’espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con le nuove circostanze». Cita ancora, tra l’altro, un episodio riferito da Umberto Eco: «[ …] a un esame universitario del triennio uno studente, davanti al nome di Nino Bixio, ha pronunciato “Nino Biperio” perchè la frequentazione ormai convulsa degli SMS lo aveva persuaso che la X si pronunciasse solo così». È convinto che «la lingua sia un fattore primario della storia di un popolo e uno dei tratti fondamentali della sua identità che disimparare la lingua materna e diventare tutti anglofoni – come vorrebbero le nostre classi dirigenti – non significa diventare cosmopoliti, cittadini del pianeta, ma accettare di essere colonizzati, annegare nella poltiglia indistinta – nel melting pot – verso cui ci conduce la globalizzazione» (pag.41).
L’analisi delle condizioni culturali e sociali del mondo contemporaneo fa approdare l’autore ad una nuova concezione della «letteratura» che egli rivolge agli operatori dell’istruzione scolastica, a cominciare dai docenti. Le condizioni di degrado della lingua italiana, che da tempo preoccupano la classe culturale dirigente indirizzano, ormai, ad una svolta radicale nei criteri didattici, e «forse», egli dice, «lo stato di emergenza esige che si rinunci allo studio della letteratura italiana in tutte le scuole superiori […] molti dei “risultati dell’apprendimento” richiesti ai licei possono essere raggiunti anche esercitandosi su testi non propriamente letterari […]» (pag. 41).
lLa teoria, esposta da lui, con un bagaglio di apprezzata attività letteraria è stato, tra l’altro, coautore di un manuale di letteratura induce alla riflessione, evitando facili tentazioni di sdegno come di fronte ad uno scandalo; Tuttavia, pur nel rispetto di questo pensiero rivoluzionario, si condivide la critica culturale della presente realtà sociale, ma non le conclusioni che, partendo da una netta censura della considerazione che la scuola riserva ad oltranza alle varie tecnologie digitali e multimediali – in evidente corrispondenza alle abitudini giovanili in questo settore – arriva a presentare una proposta di eliminazione nelle scuole degli studi letterari proprio per far posto a tecniche di potenziamento cognitivo e pratico della lingua italiana.
«Una cosa è certa:» – aggiunge Pappalardo – «la letteratura sopravvivrebbe anche se il suo insegnamento nelle scuole subisse un drastico ridimensionamento. Un’eventualità del genere avrebbe ovviamente un costo: il testo letterario è un congegno complesso, contiene una pluralità di significati, e la scuola può fornire gli strumenti necessari a decifrarli (ma dovrei dire “potrebbe”, perchè già da ora non si mostra capace di farlo) […]» (pag. 42). Il che desta qualche perplessità sulla possibilità concreta di utilizzazione di detti strumenti, e anche, sotto l’aspetto sostanziale della «sopravvivenza», se si considera l’indubbia traccia che lascia nella formazione giovanile lo studio della letteratura, e non solo per spunti di scelta per una futura professionalità specifica, se a questa ci si senta portati, ma anche per l’impronta che i testi classici possono lasciare comunque sulla sensibilità culturale, dove più e dove meno, anche in caso di scelte diverse.
Il potenziamento della lingua italiana rappresenta senza dubbio lo scopo cui dovrebbero mirare le autorità scolastiche, che finora non hanno propriamente presentato, si può dire, spunti di eccellenza, risultando invece, una inspiegabile latitanza del sistema. Scopo che, però, si può raggiungere proprio attraverso lo studio della letteratura classica. Si può mai negare il vantaggio che ne deriva, come formamentis, all’educazione giovanile? La lingua di una nazione è, anzitutto, cultura. I testi classici sono presupposto, ossatura, modello per la lingua, offerta, nel corso dei secoli, di «particolare» che fa approdare all’«universale», cioè ai valori universali. Se è vero che la lingua si può evolvere con l’arricchimento dei termini (neologismi), indubbiamente conserva le sue fondamenta sintattiche e grammaticali. I classici, allora, rimangono un punto fermo attraverso i secoli. Altro discorso è il modo formativo di questo tesoro linguistico, che può anche avvalersi delle moderne tecnologie.
Non si può cancellare con un colpo di spugna il progresso tecnologico. Si tratta, invece, di avvalersi di esso nel miglior modo possibile, secondo i casi. Nel nostro caso è certamente sbagliato l’abuso in campo scolastico delle tecnologie informatiche, ma se queste servono alle esigenze moderne, ben vengano. La considerazione delle tecnologie, quindi, non dev’essere fine a se stessa, come una sorta di adeguamento ai richiami della moda e di corrispondenza alle abitudini giovanili – caratterizzate, purtroppo, dalla valorizzazione del mero nozionismo, che nel mondo culturale si è sempre combattuto per favorire una sana prosa concettuale, frutto di una mente pensante , ma solo strumento usato quanto basta per raggiungere lo scopo, che ci si prefigge, della valorizzazione della lingua. In tal senso il metodo didattico può essere diverso da quello di una volta perchè il compito di fornire conoscenza e apprendimento, in determinati limiti, utilizza, e in certi casi, non può farne a meno, il progresso tecnologico. Il che, si ripete, non ha niente a che fare con lo studio dei classici letterari.

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