EDITORIALE: Quei “segni” che danneggiano l’arte in mostra di Lucia Accoto

Le ferite dell’arte, quando viene umiliata, colano rabbia. Gli equilibri si sfaldano e si compromette il rispetto nella dimensione formale di chi esprime esperienza e professionalità. Testimonianze, queste, che dovrebbero essere capitoli attraverso i quali leggere la serietà della tradizione di qualsiasi artista. Non tutti capiscono e conoscono l’arte, è vero. Ma tutti dovrebbero rispettarla e non danneggiarla. Perché poi si è miseri di fronti a se stessi. Lo scorso novembre, all’Open Space di Palazzo Carafa, a Lecce si è tenuta la mostra personale di foto creativa di Annamaria Niccoli. Profilo di alto livello il suo che spazia e conosce le varie facce dell’arte. La Niccoli – originaria della Calabria, ma leccese d’adozione – nasce come pittrice per passare poi ai cortometraggi, ai documentari ed alla fotografia da professionista. L’artista, nel capoluogo salentino, ha presentato la sua mostra dal titolo “Passione vivente di Gesù Cristo”, un reportage fotografico realizzato a Canosa di Puglia. Un lavoro che a Lecce, dove l’arte e la cultura vanno a braccetto tanto da farne un cavallo di battaglia anche se nelle iniziative di caratura europea ha subito una battuta d’arresto forse per una visione troppo “Eutopia” della cultura, le ha portato ferite. Quelle rappresentate dal Cristo da una parte e quelle di otto quadri danneggiati ed un altro rotto delle 33 opere esposte. Eppure le foto si trovavano in una struttura del Comune. O meglio, non basta il sistema di telecamere a circuito chiuso per tutelare le opere degli artisti quando la sicurezza non è data solo dai luoghi, ma sembrerebbe, a quanto pare, anche da personale incapace di appendere o togliere pannelli espositivi e quindi in grado di ferire, di umiliare, di danneggiare, di violentare l’arte. Ognuno a casa sua fa quello che vuole, ma l’accortezza, la serietà, l’attenzione sono d’obbligo quando tra le mani si ha qualcosa che non appartiene a noi stessi perché in mostra va anche la sciatteria di chi non ha saputo garantire rispetto per il lavoro altrui. E questo colpisce, e tanto anche. Come “quello che colpisce, secondo la critica d’arte Rita Mantuano, nell’opera fotografico – grafico pittorica di Annamaria Niccoli è la tensione emotiva palpabile sin dal primo istante in cui lo sguardo si posa su ogni singola opera. Si intuisce l’immensa fatica intellettuale e artistica compiuta per raggiungere una fusione tecnico – tematica del soggetto proposto. La triade creativa non è a caso e richiama all’origine dell’idea primordiale che ha illuminato la mente dell’artista nel concepimento dell’opera intera”. Lo dice una esperta in materia, una che sa leggere l’arte. Eppure la foto che rappresenta Gesù Cristo – il volto è di Riccardo Zaccaria, pres. dell’associazione Passione Vivente di Canosa di Puglia – è stata considerata troppo violenta. Il Cristo con la corona di spine che porta la croce è violenta. Per anni gli uomini hanno visto le ferite, le pene, le sofferenze passare dal viso e dalla figura di Gesù sia nelle iconografie e sia nelle rappresentazioni religiose ed oggi qualcuno si sveglia e dice che la foto esposta a novembre a Lecce dalla Niccoli è troppo violenta? Cosa hanno visto sino a ieri. Nel volto del Cristo c’è tutta la sofferenza umana sulle spalle di un uomo che si carica la sofferenza altrui per la resurrezione. Gli uomini piangono le sue ferite, mentre altri si girano dall’altra parte, per non vedere. Dietro al volto chiaro dei fedelissimi di Dio si nasconderebbe, per caso, il lato oscuro che si genuflette dinanzi ad una visione che “critica l’arte” per nascondersi meglio tra segreti e peccati? “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”.

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