Non è più tempo di tasse, spendi e spandi di Domenico Palmiotti

 

 

 

definitivaDiciamo la verità: nonostante le assicurazioni del Governo, la stragrande maggioranza degli italiani teme che l’Imu uscita dalla porta stia rientrando, e nemmeno in modo tanto occulto, dalla finestra col nuovo regime di tassazione. Quanto peserà sulle tasche dei contribuenti, quanto gli sforzi e i sacrifici fatti da milioni di cittadini si tradurranno in un nuovo carico fiscale, lo vedremo prossimamente. Perchè dipende dal percorso che avrà in Parlamento la legge di stabilità, da quanto il Governo Letta riuscirà a reggere (malgrado il voto di fiducia di alcuni giorni fa, nuovi segnali minacciosi si profilano all’orizzonte) e dalle decisioni che prenderanno i Comuni. Sì, perchè non è solo Roma a decidere. Alcune leve decisionali stanno infatti nelle mani dei nostri Municipi, piccoli o grandi che essi siano, stretti, a loro volta, dalla progressiva diminuzione dei trasferimenti finanziari dello Stato centrale. I tagli ai Comuni, ha ammonito giorni fa Piero Fassino, sindaco di Torino ma soprattutto presidente dell’Associazione nazionale dei Comuni italiani, significano meno servizi alle comunità locali: bus, asili, scuole, assistenza, strade, pubblica illuminazione. Ora, che ci sia un problema di risorse è oggettivo. Ed è altrettanto oggettivo che, a fronte di una coperta corta, bisogna pensare due volte, e per bene, dove allocare i soldi. O teniamo ferma l’Iva, o riduciamo le tasse, o finanziamo gli ammortizzatori sociali per cercare di arginare una disoccupazione che dilaga, o tagliamo il cuneo fiscale, che è quel meccanismo per cui a fronte di un salario netto, poniamo per esempio, di 1500 euro che va al dipendente, il datore di lavoro ne paga molti di più. Tutto non si può fare, dicono i ministri. Il che sarebbe anche ovvio. Tuttavia c’è un’altra cosa che, pur essendo ovvia, è purtroppo lungi dall’essere affrontata ed è la qualità della spesa pubblica. Che non è solo stipendi, ma sono anche mille rivoli poco controllati e sprechi che sussistono. Altrimenti, dopo aver già avuto un commissario alla Spending Rewiew col Governo Monti nella persona di Enrico Bondi, il Governo Letta non avrebbe sentito la necessità di nominare un secondo commissario affidandone l’incarico a Carlo Cottarelli. Sulla necessità di riqualificare la spesa da tempo sentiamo belle parole, adesso vorremmo vedere qualche fatto. Ma non un taglio qui o lì o un risparmio di x euro, quanto dei segnali permanenti e strutturali. Un’inversione di tendenza chiara e percepibile. Gli acquisti dello Stato, per esempio, perchè non centralizzarli nella più ampia misura possibile creando una piattaforma unica? E i costi standard della sanità, ne vogliamo parlare? Si fa spesso l’esempio della siringa che ad un ospedale del Nord costa 5 e ad uno della Sicilia costa 20 per dire come la sanità sia un pianeta a parte in quanto a spesa. Bene, non è possibile fare una razionalizzazione dei costi? Se poi si apre il capitolo degli enti locali, troveremmo altri centri di spesa su cui intervenire. Tra Regioni e Comuni abbiamo assistito, negli anni, ad una crescita di agenzie e società partecipate: sono tutte utili? Hanno tutti i conti a posto? Se vediamo un po’ in Puglia la questione delle partecipate, fermo restando che gli enti locali le hanno create per cercare di stabilizzare lsu di vecchia data o cassintegrati storici, il bilancio non è certo confortante. Comprendiamo l’obiezione degli amministratori locali: se non avessimo creato questi contenitori, avremmo migliaia di disoccupati in più. Sì certo, solo che ora gli enti locali, che già traballano dal punto di vista finanziario, non hanno più le risorse per tenere sulle proprie spalle anche quest’altre realtà. E allora o si individua una missione seria, un progetto credibile per questi lavoratori e per queste società, o converrà ripensarci. Se c’è una cosa che i cittadini non sono più disposti a tollerare è dover pagare tasse su tasse per vedere poi che l’inefficienza dilaga e che i servizi non funzionano. E che esiste uno scarto ampio tra quanto si paga e quanto si riceve. La politica vuol fare autocritica? Razionalizzare quindi, prima di aumentare le aliquote di qualche per mille in più. Bilanci più trasparenti, maggior rigore nelle scelte, più selezione della spesa. Non a caso Fabrizio Saccomanni, ministro dell’Economia, ha detto che, a fronte di un debito pubblico nazionale che è quello che è, bisogna, più che azionare la leva delle tasse, cercare di fare un po’ di ordine in casa anche dismettendo asset da cui si possono ricavare risorse. Pensiamo al patrimonio pubblico (ma risparmiateci, per favore, la storia delle caserme dismesse che sono anni che si dice di voler vendere), a società importanti, alla stessa Rai. Nulla è tabù. Ovviamente, non si tratta di svendere, nè di mettere in liquidazione lo Stato. C’è modo e modo di vendere. In termini di quote che si mettono sul mercato e di regole che si fissano perchè l’interesse pubblico nazionale sia comunque tutelato e salvaguardato.
 

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