Nardò, no alla sala consiliare a Renata Fonte. Un Consiglio Comunale da “bocciare” per i buchi di memoria e di giustizia di Lucia Accoto

Avverto un profondo senso di fastidio. Non si possono sopportare i doppiogiochisti. È davvero troppo e una sola “pedata” non basterebbe. La lotta alla mafia non si combatte soltanto con l’azione giudiziaria, con il contrasto repressivo, con il controllo del territorio, ma anche con una coscienza ed azione politica. Eppure il Consiglio Comunale di Nardò, nel Salento, sembra non avere contezza né della coscienza né della responsabilità politica nel contrastare la mafia. Bocciare come ha fatto il Consiglio Comunale di Nardò la mozione presentata da “Andare Oltre” nell’intitolare l’aula consiliare a Renata Fonte – l’assessore alla Pubblica Istruzione del Comune di Nardò, uccisa da due sicari il 31 marzo 1984 – significa aver fallito. Significa anche rifiutare il cambiamento. Significa ancora danneggiare la lotta alla mafia e tutte le forme di delinquenza organizzata. Evidentemente non si vuol uscire allo scoperto da quelle “ragioni superiori” che a noi sfuggono. È lecito chiedersi: qual è la concezione della giustizia nel Comune di Nardò? Parrebbe del tutto secondaria la bagarre politica. Perché di fronte ad una mozione che vorrebbe intitolare la sala consiliare a Renata Fonte, la prima donna uccisa dalla mafia, non possono esserci colorazioni politiche e di partito. Eppure è davvero strano. Davvero troppo strano come il Comune di Nardò lo scorso 12 maggio abbia partecipato a Lecce alla manifestazione contro la mafia con il suo Gonfalone. Come dire, Nardò ha voluto dare fiato alla crociata contro il racket, contro l’usura, contro la mafia. Ha voluto esserci a Lecce ed esserci con il suo gonfalone. Ma la pianta dell’ipocrisia viene coltivata artificialmente in serra, a seconda delle convenienze di ciascuno in un particolare momento. Perché una volta a casa propria, nel proprio Comune, in Consiglio Comunale, si prendono altre strade. Quelle del rifiuto e dell’ipocrisia. La bocciatura della mozione che prevedeva l’intitolazione della sala consiliare a Renata Fonte ha avuto l’effetto di una gelata sulle piantagioni della giustizia. Una decisione, quella del Consiglio Comunale di Nardò, che lascia sbigottiti. Da anni, troppi, quell’orchestrina garantista suona ininterrottamente il motivetto della morale, della giustizia, della lotta alla criminalità. Evidentemente manca la vera e seria cultura della legalità e del cambiamento. E non basta essere uomini in giacca e cravatta. Essere uomini colti, politici presenti nelle campagne elettorali per pensare di cambiare. A Nardò mancherebbe, a questo punto, l’intenzione si spezzare la catena. Si evita il vertiginoso giro di boa che consentirebbe alla comunità il riscatto. Ci sono vite, come quella di Renata Fonte, che neanche la morte riesce a pietrificare per sempre. E ci sono azioni, come quelle di chi scappa di fronte alla responsabilità politica uscendo dal Consiglio Comunale prima del voto, come quelle di chi si astiene dal votare per incapacità o per vile comportamento nel prendere una decisione, come quelle di chi rigetta la mozione per mera bandiera di partito, che cancellano tutti gli sforzi, tutti i sacrifici di chi veramente combatte in prima persona la lotta alla mafia. Da una parte un Comune in bella mostra con il suo gonfalone nel corteo contro la criminalità organizzata a Lecce e dall’altra lo stesso Comune che non intende lasciarsi alle spalle paure e spettri, che ammazza speranze e volontà di cambiare. Non si può essere pirotecnici nelle scelte, a colori nelle decisioni, paladini di verità e cambiamento se si è abituati a serpeggiare nei comportamenti più infimi e viscidi. Verità significa anche avere la schiena dritta nel saper prendere le dovute decisioni. Difficile svuotare il sacco dei suoi segreti, dell’incapacità, dell’inadempienza, della mancanza di rispetto, dalla farsa … politica, perché quando il sacco è pieno non si alza mai la testa per guardarsi attorno. Per capire cosa succede, cosa bisogna fare per gli altri, per lanciare dei messaggi chiari. Si resta chini, con la testa curva, con gli occhi abbassati a quel sacco perché è meglio nascondersi e depredare la dignità di molti, tanto la propria non verrebbe fuori neanche se si raschiasse il fondo. Alla fine chi ci si trova davanti? Serpi camuffate da agnelli. Ma come dice un vecchio adagio napoletano: ca nisciun è fess.

 

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