Le iperboli degli “scrittori” ed il furto delle parole di Lucia Accoto

Ognuno dovrebbe sapere qual è il suo posto. Alcuni sono pronti a offendere e lenti a perdonare, altri a spendere parole che, a volte, hanno un tono stridulo. Anche le parole devono cambiare, diventare nuove per farsi ascoltare. Eppure è più facile non aspettarsi niente. Sarebbe meglio stare con le labbra sigillate nel silenzio. Alcuni scivolano nell’altezzoso compiacimento della propria persona. Immagine, questa, che fortunatamente sbiadisce la mera convinzione di essere ciò che non si è, lasciando il posto ad una nauseante realtà. Stucchevoli le iperboli di chi insiste a farsi chiamare scrittore, poeta, senza per nulla mostrare di esserlo veramente. Tutti sappiamo scrivere, ma scrivere per pubblicare non è cosa da tutti. Aggirarsi furtivi tra le parole è più di un guaio. Chi si spinge troppo in là, si aspetta troppo dal proprio inchiostro, quando questo macchia soltanto, difficilmente ottiene il tepore del consenso. La scrittura è un po’ come la seta, delicata. E le parole su carta, se non sono accompagnate dalla sostanza di una storia, di una struttura, finisco per essere fili di ragnatele, fragili come il respiro. Eppure tutti pubblicano, anche coloro che dovrebbero orientarsi ad altri hobby nella vita. Fare lo scrittore è un lavoro. Sì, un lavoro di concentrazione, di ritmi, di fantasia, di studio, di armonia stilistica, di contenuti. Tutti sono e si chiamano scrittori, patentati da quelle case editrici che si fanno pagare dagli stessi, dapprima, aspiranti scrittori, poi, da contratto scrittori dichiarati. Ma lo sono veramente? È più facile restare a galla sorretti dall’acqua invece di nuotare, stancarsi, sentire la pesantezza nei muscoli, nella mente. Avere un sogno nella vita e realizzarlo pubblicando uno o più libri, pagando per vedere la propria opera letteraria in libreria, non significa essere scrittori, poeti o chiamarsi tali e men che meno essere bravi. Si è semplicemente autori. Del resto, le case editrici che accolgono dietro pagamento i manoscritti si rivelano tipografie, e la crisi, i bilanci da assestare non hanno un peso maggiore. E’ sempre stato così anche negli anni d’oro dell’editoria. Perché quando non è una commissione preposta e specializzata a scegliere i testi, a fiutare il profumo del successo che decreterà sempre il lettore, allora quei testi sono solo stampa e non libri. Soprattutto se non hanno sostanza, storia, se non fanno sognare, se non dicono nulla, se sono solo frasi che si ripetono e che tornano senza alcun senso, senza un racconto vero. Il talento non bisogna tenerlo nascosto e sotto chiave. Il talento, non il surrogato di bravura. Il talento non si lascia intimorire dalle dita luride di inchiostro di chi si sporca di arroganza. Ogni libro ha una dignità, ma non tutto è dignitoso. Per fortuna, ci sono gli scrittori ed i poeti bravi, autentici, veri. Quelli che non fanno rumore perché a parlare per loro sono le parole su carta. Viva dio.
 

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