L’altra faccia del Salento La dignità umana offesa e quello sgombero fatto 24 ore prima di Lucia Accoto

Hanno la schiena piegata dodici ore al giorno, forse più, a lavoro nei campi sotto il sole cocente. Sono sfruttati, umiliati. Sono braccianti agricoli di colore, immigrati ridotti in schiavitù. Sono l’altra faccia del Salento, quella finita nel mercato di esseri umani gestito da caporali, dove prevale sopraffazione, sfruttamento e miseria. E quella dei lavoratori stagionali di colore è anche una condizione miserabile di vita. Non si sa in realtà con precisione quanti siano i braccianti immigrati a lavoro nelle campagne del Salento per raccogliere pomodori ed angurie. Sono tutti stranieri. Tutti sfruttati e molti sono privi di permesso di soggiorno. Tutti sono arrivati in Puglia perché sapevano che qui d’estate si lavora, tanto. In Libia lo sanno anche i bambini che gli italiani in estate cercano  manodopera. Certi italiani, però, se ne infischiano delle norme, della Costituzione e perfino della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Per proteggere i loro affari, agricoltori e proprietari terrieri, “coltivano” una fitta rete di caporali spietati: italiani, europei dell’Est.
I braccianti alloggiano in tuguri fatiscenti e pericolanti dove nemmeno i cani randagi si fanno vedere. Sono trattati come animali. Senza acqua, né luce, né servizi igienici. Lavorano dodici ore al giorno. I caporali li pagano, quando li pagano, venti-dieci euro. Molti di loro dormono in aperta campagna, in un uliveto, sotto gli alberi, su materassi luridi buttati a terra. Mangiano e dormono assediati da sciami di mosche. A Nardò le telecamere di Culturiachannel hanno documentato lo stato di totale degrado e di miseria vissuta dai braccianti di colore. All’alba i lavoratori stagionali arrotolano il materasso per riporlo sugli alberi. Attorno si vedono taniche riciclate piene d’acqua. Non la possono bere, non è potabile. Serve per lavarsi e lavare le poche stoviglie. Preferiscono alloggiare così, alla buona, piuttosto che spostarsi nella nuova zona di accoglienza attrezzata dal Comune di Nardò in località Scianne. Una struttura attrezzata di acqua, di servizi igienici, ma troppo isolata. Lontana circa otto chilometri dal centro cittadino. Ventiquattr’ore prima della visita a Nardò del ministro per l’Integrazione, Cècile Kyenge, i braccianti agricoli di colore sono andati via dall’area dell’ex falegnameria. Lo hanno fatto senza fare rumore, senza battere ciglio. Hanno capito che bisognava alzare i tacchi e spostarsi nell’uliveto, un po’ più avanti. Quella struttura, dopo l’ordinanza voluta dal prefetto, Giuliana Perrotta, è stata chiusa perché metteva a rischio l’incolumità dei lavoratori. Quest’ultimi però sono rimasti in silenzio. Inascoltati e scontenti. Al ministro Kyenge avrebbero voluto mostrare la loro realtà, le loro condizioni di vita. Non è stato possibile. Al ministro stesso è stata fatta vedere l’altra faccia della medaglia, quella più presentabile. Il tempestivo sgombero dei braccianti dalla struttura fatiscente alla vigilia della visita dell’on Kyenge dimostra sii che l’indignazione è tanta, ma che è anche falsa a livelli alti. Davvero strano il tempismo del sindaco di Nardò, Marcello Risi. Eppure l’alternativa all’ex falegnameria non è arrivata nelle 24 ore precedenti la visita lampo del ministro. Nossignore. Ma l’on Kyenge non ha visto l’altra faccia del Salento, l’altra faccia dei braccianti di colore. Le hanno fatto vedere ciò che più piaceva: la struttura chiusa, senza nessuno e quella nuova che si presentava bene. L’amministrazione di Nardò ha impegnato più di 30mila euro per costruire un centro di alloggio pulito e decoroso. E lei, la ministra ha affermato: “Ripartiamo da Nardò. Che questo luogo possa essere da esempio a tutta l’Italia delle buone pratiche di accoglienza ed integrazione”.
Già. I braccianti però devono ripartire ogni giorno dall’inizio di una fine. E non vogliono ripartire anche con il piede sbagliato, visto che servono braccia e gambe per lavorare sodo. È vero, il primo cittadino di Nardò ha garantito dei pullman che ogni due – tre ore, per circa dieci corse, facciano la spola tra “Scianne” e la città. Questo per i lavoratori stagionali significa un problema in più. 
Questa è la stagione dell’oro rosso: la raccolta dei pomodori e delle angurie. Il Salento è quasi il serbatoio del triangolo caporalato-manodopera sfruttata – interessi commerciali. I braccianti pagano al caporale 30 euro a testa. Sono escluse le parcelle per ogni ora lavorata e per il trasporto nei campi. Lo si vede subito quanto è facile il guadagno per il caporale. L’odioso sistema di sfruttamento ha i suoi ingranaggi, mai arrugginiti. Quando si tratta anche di clandestini, la situazione potrebbe diventare invisibile con una facilità disarmante. Il ministro Kyenge deve capire quali sono i punti di debolezza, quali strumenti adoperare e le proposte da trasformare in norme o soluzioni di governo. “Con le mani sporche” ci si guadagna il pane, ma si dovrebbe anche guadagnarsi la dignità umana e professionale.

 

 

 

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