La Sarparea: una trama territoriale percepita come paesaggio. Una riflessione sulla necessità di elevare a dignità politica un’intera contrada

Di Daniele Errico – agronomo territorialista
In paese, ormai da tempo, corre voce che una storica contrada, di nome Sarparea, sarà
rimessa a nuovo da un intervento che inevitabilmente ne altererà il peculiare carattere che
contraddistingue questa trama di territorio. Una trama che esprime nell’omonima Masseria e
nell’uliveto monumentale plurisecolare un elevato valore storico-testimoniale.
Si tratta infatti di una delle più belle contrade della campagna Neretina e costituisce uno dei rari
‘testi viventi’ che narrano di una più antica vocazione rurale e che, per questo, restituisce anche
l’immagine di un territorio stratificato nel tempo, costruito ed elaborato secondo regole
socialmente condivise.
A ben guardare, infatti, la Sarparea si offre allo sguardo come un’immagine argomentativa che
condensa ed evoca i diversi tempi della sua lunga storia. Dal punto di vista percettivo si direbbe,
pertanto, una trama territoriale “percepita come paesaggio”, quindi con una identità
impregnata di valori, il cui carattere storico-culturale viene riconosciuto dalla società locale
come identitario.
uno_degli_ulivi_nel_bosco_della_sarparea
L’intervento di trasformazione, supportato da una ‘previsione urbanistica’ che potremmo
definire, senza mezzi termini, scriteriata, restituisce invece il resoconto di una pianificazione senza
alcuna cultura dei luoghi, una pianificazione che mostra tutte le sue lacune quando si rivela
incapace di costituirsi come dispositivo culturale nel governo di un territorio.
Il restyling territoriale proposto consiste, per così dire, nella sostituzione di un abito ormai dimesso
e consunto dalla storia, con uno dall’aspetto patinato ed elegante, che si concretizza con
l’inserimento di un lussuoso resort in un oliveto monumentale plurisecolare.
Si direbbe, anche in questi casi, che “l’abito non fa il monaco”, visto che l’intervento è un modo
per adeguare una scenografia d’altri tempi alle nuove necessità performative che la “società
dello spettacolo” intende mettere in scena, per rappresentare una commedia già vista in altri
luoghi del Salento, dove la corsa agli “armamenti infrastrutturali”, dettata negli ultimi tempi
dall’inaspettato favore e fervore turistico che caratterizza i nostri paesaggi costieri, ormai lo pone
costantemente sotto assedio.
Si tratta di un restyling la cui configurazione gestaltica pone sullo sfondo la matrice storicoculturale
dell’oliveto e della masseria, e mostra invece come figura emergente l’apporto dato
da un elegante resort. Tatticamente si direbbe un’idea progettuale brillante, giocata soprattutto
sul contrasto, per ricreare un’ambientazione scenografica di tutto rilievo. Un contrasto che
contrappone la dimensione urbana della lottizzazione a quella rurale della contrada-oliveto.
Un contrasto che genera però anche una netta spaccatura antinomica tra il carattere
prettamente rurale del paesaggio e quello decisamente urbano della lottizzazione, o detta in
altri termini tra il “tipo paesaggistico” e il “modello urbano” proposto.
Questa spaccatura si prefigura anche come il sintomo di una spaccatura culturale o di una
particolare forma di patologia che oggi contraddistingue la mancanza di una cultura di
contesto nel fare e nell’abitare contemporaneo.
Il modello proposto si presenta infatti come un oggetto che si ripete tal quale nei diversi contesti,
il “tipo paesaggistico” di riferimento al contrario è un soggetto che deriva da un processo di
morfogenesi anche molto complesso: si direbbe che tutto è preciso e dato nel “modello”, tutto
invece è più o meno vago nel “tipo”.
Nel “tipo” non vi è nulla che il sentimento umano non possa riconoscere: tutto deriva da un
germe preesistente e niente qui viene dal nulla. L’oliveto plurisecolare della Sarparea, infatti,
deriva dallo sfruttamento degli insiteti e cioè degli ulivi selvatici (Olea europea var. sylvestris) o
oleastri (termiti) presenti in natura e progressivamente innestati, quindi da una preesistenza che i
saperi e la cultura locale ha saputo utilizzare.
Nel “tipo” tutto si rigenera a partire da un principio elementare che trova il dispiegamento delle
forme in un processo morfogenetico che si adatta perfettamente al contesto, a differenza del
rigore e della rigidità di un modello che invece vi s’impone e si sovrappone senza alcun legame.
Dunque, riconoscere la natura di questa spaccatura è prima di tutto una necessità di natura
etico- politica, perché solo dopo la questione può costituirsi come una scelta da valutare sotto i
vari aspetti o profili che la regolamentano. Infatti, la domanda iniziale che pone la questione è
se la decisione finale (l’approvazione del piano di lottizzazione) di una tale trasformazione può
essere ricondotta all’aspetto mono-dimensionale o funzionale di una previsione urbanistica
ormai datata o, invece, sul carattere multidimensionale legato al concetto di “patrimonio
territoriale” stabilito nel PPTR Puglia, nel quale trovano senso e valore non solo il carattere
strutturale del contesto, ma anche quello storico-identitario, ecologico-ambientale, percettivo
ed estetico dei luoghi.
il bosco della Sarparea e il mare di  Sant'Isidoro
Seguendo la linea di questo ragionamento, il profilo che questa vicenda va assumendo rientra
in una casistica diventata ormai purtroppo ordinaria, che si inserisce in quel maestoso processo
generale di de-ruralizzazione della campagna salentina, in atto in questo come in altri territori.
Un processo che ha sempre più a che fare con l’instabilità dei sistemi socio-economici locali e
globali, dove le politiche di sviluppo, spesso decise altrove, impongono di adeguare le strutture
territoriali alle funzioni economiche richieste dal mercato, determinando in questo modo un vero
e proprio saccheggio dei caratteri identitari di lunga durata.
La valutazione di un paesaggio storico come la Sarparea non può pertanto riguardare solo
l’aspetto relativo a un apporto materiale o strumentale (ad es. attraverso una VAS o una
relazione paesaggistica), ovvero attraverso la dimostrazione di una compatibilità basata su una
lettura miope del testo paesaggistico, perché la conformità alle direttive o prescrizioni, come
pure la coerenza formale delle trasformazioni o l’adeguatezza di ciò che si aggiunge in un dato
contesto, non può mai costituire un parametro di riferimento se non si tiene conto del “tipo
paesaggistico” e del suo carattere multidimensionale. Non si tratta in questi casi di valutare
l’oggetto di una trasformazione e il contesto in cui tale oggetto viene inserito, ma il sistema delle
relazioni che il primo intende intrattenere con il secondo, per garantirne il reciproco
adattamento e la sopravvivenza come “tipo paesaggistico”. Detta in altri termini non si
dovrebbe valutare un’aggiunta, quanto invece ciò che quella aggiunta toglie o sottrae al
carattere evidentemente rurale del contesto, perché è solo in questo modo che quell’aggiunta
si trasforma in un pungolo al buon senso politico e richiede una ragionata decisione.
Una decisione che, prima ancora di essere pronunciata, dovrebbe portare i decisori a chiedersi
se la lottizzazione della Sarparea consentirà di mantenere una coerente organizzazione formale
della sintassi del contesto e se il significato profondo di quel “testo paesaggistico” sarà ancora
leggibile dopo quell’aggiunta, che ha tutta l’aria di una sottrazione di senso. Pertanto,
trattandosi di territorio, si può affermare che quel complesso sistema di segni che rende leggibile
una trama territoriale come paesaggio non può assumere un significato arbitrario e soggettivo,
ma deve essere filtrato da una condivisione sociale e quindi deve riflettere anche una qualità
oggettiva del territorio. Questa qualità non ha niente a che fare con una previsione urbanistica
distratta sui valori del contesto, ma deve tener conto di quella invariante culturale che lega una
“popolazione” al suo territorio e che stabilisce quel duraturo legame tra passato e presente, in
quella sorta di patto implicito tra natura e cultura dei luoghi. Deve dar conto cioè al carattere
primariamente e prevalentemente pubblico dei paesaggi.
Si tratta, quindi, di un’invarianza che, come ricorda P. Baldeschi1, ha a che fare, da una parte,
con i valori soggettivi di una comunità e, dall’altra, con i dati oggettivi di un territorio. E per ciò
che riguarda i valori paesaggistici, non si può non tener conto che nei luoghi si rispecchia la
storia di una società, le sue tradizioni e i suoi saperi, e anche ciò che quella comunità di persone
ritiene apprezzabile da un punto di vista estetico e che quindi appartiene alla memoria
collettiva di un intero paese. Mentre per ciò che riguarda i dati territoriali, più che i singoli
elementi fisici o materiali di cui esso è si compone, sono importanti le regole che presiedono alle
relazioni fra questi elementi, la cui integrazione ne assicura la qualità, la sostenibilità, la
riproducibilità e la durevolezza nel tempo.
Pertanto, sono questi aspetti del problema che consentono di approssimarsi meglio al nocciolo
della questione, che in questi casi richiama sempre la natura ambigua o ambivalente di ciò che
intendiamo per paesaggio: una natura che mostra la coesistenza in un’unica dimensione
dell’aspetto materiale o tangibile e di quello immateriale o sussistente e che, inevitabilmente, si
traduce in una vera e propria “maniera di vedere”.
Questi due aspetti o caratteri, nelle trasformazioni di un paesaggio, manifestano anche differenti
modalità temporali, che determinano spesso uno sfasamento tra i tempi delle trasformazioni
materiali rispetto a quelli delle trasformazioni culturali. Una discontinuità che è spesso causa di
obsolescenza in una delle due componenti del paesaggio, ovvero un processo che ci dice che
una delle due parti si è evoluta troppo rapidamente. In questi casi non è improbabile affermare
1 P. Baldeschi, Paesaggio e territorio, 2011. Casa editrice Le Lettere, Firenze.
che la componente che si è evoluta più velocemente abbia a che fare con le funzioni
economiche richieste dal mercato e imposte sul territorio, mentre quella più lenta ha a che fare
con le dinamiche evolutive delle strutture ecosistemiche e territoriali: il problema sorge nel
momento in cui si ritiene di dover adeguare a quella veloce la componente più lenta e non
viceversa, riattivando e rigenerando quel processo morfogenetico che garantirebbe un nuovo
equilibrio dinamico tra le due componenti. Evidentemente, tutto ciò ha a che fare con i modelli
di sviluppo e con la definizione delle politiche territoriale sempre più decisi altrove e lontano dai
luoghi.
Sono questi aspetti del problema a introdurre nella questione anche la responsabilità politica
delle decisioni, una responsabilità che per essere attuata richiede uno sforzo di resistenza ai
modelli di sviluppo dati, una resistenza necessaria a invertire una rotta che a tutti ormai sembra
catastrofica, dove si assiste inermi al declino non solo dei paesaggi culturali di questa Regione,
ma anche di intere civiltà che nel tempo lungo della storia li hanno prodotti.
Ciò significa che, nel caso della Sarparea, le trasformazioni materiali dovrebbero sottostare a
una modellazione morfogenetica, per garantire una sostanziale continuità di forme compatibili
con il “tipo paesaggistico” di riferimento: in altre parole il nuovo deve adeguarsi
necessariamente al vecchio e non viceversa; pertanto, la trasformazione dovrebbe essere
generata da ciò che è preesistente; mentre le trasformazioni culturali devono necessariamente
riconoscere come valori i caratteri impressi sul territorio dalle culture e dalle generazioni
precedenti. Senza questo riconoscimento dei caratteri materiali e immateriali di un paesaggio,
come pure dei processi e dei tempi di trasformazione, la Sarparea è destinata a scomparire:
potrà sopravvivere la sua componente materiale, ma il suo peculiare carattere paesaggistico
sarà irrimediabilmente cancellato.
L’idea, ormai diffusa, che il paesaggio debba trasformarsi in funzione dei modelli di sviluppo
imposti dal mercato o in ragione della convenienza economica, nasce quindi da una estrema
banalizzazione del concetto di paesaggio. Cosa questa alquanto strana in una Regione come
la nostra, ormai dotata di un Piano Paesaggistico Territoriale. Un Piano che nelle politiche
territoriali, regionali e locali, attraverso una decisa presa d’atto di una necessaria coscienza
politica e territoriale, dovrebbe assicurare la permanenza delle identità paesaggistiche dei
luoghi (dei tipi e delle figure paesaggistiche-territoriali), dove il riconoscimento del valore e delle
regole di riproducibilità insite in questi specifici paesaggi dovrebbe conferire loro un carattere
costituzionale.
Si direbbe, allora, che per un paesaggio come quello della Sarparea non servono piani o
progetti, ma piuttosto uno statuto socialmente condiviso, con il significato e il ruolo di una carta
costituzionale, da cui devono discendere le regole di trasformazioni da prevedere poi nei piani o
progetti, i quali devono necessariamente conformarsi alle regole statutarie stabilite per garantire
il mantenimento e la riproducibilità nel tempo dei caratteri e dei valori paesaggistici.
Si tratta di tutto ciò che, in sostanza, il PPTR chiede di fare nella redazione dei Piani locali o PUG,
per favorire un utile e necessario riconoscimento dei “valori patrimoniali” di un territorio. Il ritardo
e il mancato adempimento, come nel caso del Comune di Nardò, di queste procedure di
rilettura e ridefinizione di tutto ciò che costituisce il “patrimonio territoriale”, dei valori
paesaggistici e delle regole di riproducibilità delle risorse, dovrebbe portare a un proficuo e più
responsabile ripensamento motivato delle previsioni urbanistiche ormai datate.
Il paesaggio, infatti, non può essere affidato al “qui e ora” degli interessi economici e del
mercato, ma richiede una profonda coscienza politica nel governo del territorio.
Ecco perché la questione territoriale della Sarparea pone oggi e più che mai la necessità di
elevare a dignità politica il “valore di esistenza” non solo dell’oliveto monumentale, ma
dell’intera contrada della Sarparea.
Una coscienza politica dei luoghi, necessaria anche a non dover dire un giorno ai nostri figli:
<<mio caro, qui vi era un oliveto di nome Sarparea, situato in una delle più belle contrade di questa vasta
campagna.
Quando esso nacque la vita fu creduta bella, non possiamo più andarci ora, non possiamo andarci
adesso!
Lì, vi è rimasto solo un mucchio d’ossa rotte e niente più!
Quel luogo, ora, è come un solenne cimitero vestito a festa.
Lì non vegeta più l’antico ardore dell’albero, ma solo il desiderio dei suoi più antichi frutti.
Lì, nessuno conosce più la sua storia, perché nessuno trova più le parole per raccontarla>>.
(gennaio 2017)

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