La porta sull’avvenire di Federica Ferretti

Non ero pronta o forse non lo si è mai davvero. I colloqui di lavoro mi hanno sempre resa intrattabile, fin quasi arrogante. Sarebbe andata diversamente. Ricordo bene l’insolita arrendevolezza di quella porta, così spalancata agli occhi. Ce la farò, sussurrai. Sedetti su una delle tre poltrone, stropicciate, che mi vennero offerte da una segretaria tutta ansimante, sudata, gravida, al sesto mese, mormorò. Entrò a sua volta. Mi trovò lì, chiusa dentro al mio guscio. Mi ero distratta quando la porta gigolò, ora, sotto la sua mano, intenta a slegarmi dal mento il fazzoletto tinta unita. Dello stesso azzurro che giocava a negarsi persino in quell’ultimo angolo di estate. Non mi accorsi subito della sua presenza; lui, al contrario, mi confessò presto di esserne rimasto turbato. Mi guardo allo specchio, il cielo oggi è dello stesso colore plumbeo. Mi guardo e rammento ancora la prima cosa che poté subito percepire del mio corpo: i lobi delle orecchie. Poiché, ironia della sorta, proprio nel momento in cui avrei dovuto essere irreprensibile, gli dimostrai, tutta intera, una fragile essenza. Non ero pronta neppure a sentirmi soccorrere, quando, mio malgrado, persi uno dei pesanti ornamenti con cui le giovani donne osano agghindarsi. Mi atteggiavo, come tutte abbiamo provato, ad adulta: lo conquistai, però, con l’aria innocente. Quando recuperai l’orecchino, restituitomi dopo una caccia al tesoro di un quarto d’ora, nel corridoio eravamo rimasti ormai soli. Ed iniziò a parlarmi di sé senza che glielo avessi mai chiesto; di come fosse sopravvissuto ad un incidente; di come avesse cominciato a pensare ad un futuro diverso, un futuro speciale, mi disse. Talvolta, risposi, le attese si occupano in maniera originale. Lo amai per questo. Sono passati quasi quarant’anni, da quel giorno.  In cui io sono diventata la sua amante, amica, moglie. La madre del nostro tenero Jacopo. Non ha fatto che regalarmi pendenti per adornare i lobi che gli mostrai il giorno del nostro primo incontro. Mi dico che non l’avrei scelto, se ci fossimo incontrati per strada. Non l’avrei scelto perché, al braccio, avrebbe esibito la sua bionda. Era comunque presente Gemma, ma un passo dietro di lui, e questo fece la differenza. Lo lasciò a raccontarmi di come immaginava il futuro: lei, si fidava, stupida, del suo uomo. Un uomo che apparteneva a me mentre facevano il loro amore. Gli sorrisi a mai volta, fiduciosa. E non ho più smesso. Specie quando indosso quest’’ultimo paio di orecchini, che, scintillando, riflettono la mia immagine nei suoi occhi.

la porta sull'avvenire

 

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