La mancanza di lavoro che inghiotte sogni e speranze di Lucia Accoto

Ci sono certi giorni in cui è difficile anche soltanto pensare a qualcosa di nuovo, di positivo e lo sforzo per mettere insieme due parole, le meno banali, sembra insostenibile. Quando tutto è risucchiato da una mancata dignità professionale ed economica, allora i pensieri procedono avanti e indietro, indietro e avanti, lungo il filo spinato della vita che sembra una farsa senza fine. Non può esserci nessun inchiostro nero di censura per segnalare un groviglio disordinato di storie che parlano di fame. Si, oggi si muore di fame. Oggi si mangia poco perchè i soldi non bastano, per niente. Ecco, quindi, la rabbia, lo sdegno, di molti che scelgono la strada del non ritorno per dire “basta”. Le parole si gonfiano come un’indigestione di stanchezza per un Governo cieco e pure sordo, per una crisi che attanaglia, “uccide” e deforma chi vive male – perchè un lavoro non ce l’ha – come una brutta malattia. Pensioni d’oro da una parte e sogno di una pensione dall’altra. C’è chi spende 80 euro al chilo di fagiolini e chi la spesa la fa nei cassonetti dei rifiuti al mercato. C’è chi ha diversi incarichi istituzionali o professionali e chi neanche la speranza di vedersi realizzato a lavoro. Chi oggi è un disoccupato spessissimo non è svogliato, vagabondo, fannullone. E’ uno, dei tanti e come tanti, che le linee irregolari, sbiadite e scure della vita consumano ogni istante delle sue giornate a pensare come andare avanti, in che modo investire su se stesso. In che misura e con quale rischio. Quello di perdere? Se non si ha nulla non si perde nulla, ma se si dovesse perdere la propria dignità si perderebbe tutto. Soprattutto la faccia davanti allo specchio. E’ inquietante e fastidioso non riuscire a raggiungere uno degli obiettivi primari che ci rendono uomini al cospetto della società: essere indipendenti economicamente. Avere un lavoro significa crescere come persona e far crescere l’economia. Non averlo, invece, significa essere e sentirsi un morto che cammina. O peggio un fantasma. Perchè nessuno ti cerca, nessuno ti chiama, per tutti sei niente. Eppure, ti muovi, cerchi e non trovi, ti fai avanti e ti tirano indietro, chiedi e non ottieni. Stringi i pugni e batti le nocche sul tavolo. Con un colpo secco ti rendi conto che sei ancora un puntino nero di un inchiostro che taglierà la pagina come uno sfregio, largo e profondo. E’ cosi che ti senti, sfregiato nell’animo pur essendo capace, valido come tanti per non essere un disoccupato. E’ un delitto censurare il diritto all’occupazione. Nessuno dovrebbe stringersi nelle spalle e sentirsi sconfitto. La mano guantata di nero dell’Italia allo sfascio dovrebbe risparmiare la speranza di chi vorrebbe continuare a camminare, da solo. 

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