La democrazia nelle piazze svilita dalla prova di forza di Lucia Accoto

Usano i manganelli. Usano la violenza. Usano la forza ottusa invece di garantire l’ordine, il controllo. I poliziotti in Turchia, nelle piazze, rompono gli schemi e le teste dei manifestanti. Lo fanno senza pietà, senza saper gestire una situazione che richiede anche un lavoro di intelligence, quello per cui le forze in campo dovrebbero eliminare ed evitare atti di violenza. La spaccatura è enorme nel Paese ormai teatro di guerriglia. Un Paese che si definisce democratico senza, però, conoscere il valore ed il significato della parola. E il risultato è visibile, sotto gli occhi di tutti, sui corpi di chi rifiuta l’autoritarismo di Erdogan ed alza la voce per la libertà di pensiero e la laicità della Turchia. Corpi martoriati, pestati, massacrati di botte ed a manganellate. Corpi anche abusati. Sì. Si parlerebbe anche di violenze sessuali sulle donne arrestate durante i cortei. Una punizione per aver osato manifestare. Tutto ciò è inaccettabile. Questa non è una guerra, non è neanche la supremazia dell’uomo, quello burbero, violento, incapace, sulla libertà di pensiero, sulla vita di altri uomini. E’ il fallimento di chi dovrebbe tutelare i cittadini e non colpirli alla cieca.
Ha il manganello facile la polizia turca. Eppure guardiamo anche ciò che succede a casa nostra. Il pestaggio e l’arresto del giovane sindaco, Stefano Gugliotta, scambiato per un ultrà a Roma dopo la finale di Coppa Italia, fa riflettere. Il venticinquenne è stato accerchiato dagli agenti, picchiato, arrestato per uno scambio di persona. Ha il manganello facile la polizia anche in Italia? Dovremmo dire di no. Eppure ci sono altri episodi che fanno riflettere. Leopoldo di Girolamo, primo cittadino di Terni, colpito alla testa da una manganellata e non da un ombrello – lo si vede chiaramente nei filmati – è la testimonianza come le manifestazioni civili per fa conoscere la propria posizione di protesta siano viste, in alcuni casi, dagli uomini in divisa come atti da reprimere, da colpire. Eppure il sindaco di Terni era lì con gli operai per gridare il diritto al lavoro. La tenuta antisommossa è una cosa, ma sommergere di mazzate la gente è un’altra. Per il caso Stefano Cucchi più di qualcuno si dovrebbe mettere la mano sulla coscienza, se ce l’ha. Per il doloroso capitolo del G8 si dovrebbe scrivere una storia a parte. La violenza non calma gli animi, non risponde all’esigenza di libertà. La forza, quella delle mani guantate, non si usa per far vedere chi e come ci si fa rispettare. Tutto questo denota solo una cosa: incapacità di gestire un lavoro che si è scelto di fare per garantire sicurezza non per causare violenza. La polizia rappresenta lo Stato, è lo Stato. E’ una forza chiamata a tutelare il bene collettivo e nel bene collettivo la sicurezza e la tutela dei diritti hanno un ruolo fondamentale. Se questo non accade, è come dire che lo Stato non sa riconoscere i valori della democrazia e della libertà. I cittadini che sono una parte dello Stato, che paga, attraverso le tasse, l’aggiornamento professionale dei poliziotti per farli lavorare al meglio pur in condizioni di alta criticità, si sentono traditi, umiliati. Se una manifestazione esprime un sentimento civile, un moto di indignazione, una protesta democratica – e tutto questo nei canoni della legalità e del rispetto altrui – non si può essere picchiati. I dispositivi di sicurezza dovrebbero rendere fiero un Paese perchè sa prevenire e quindi evitare scontri e controllare il territorio anche quando ci sono elementi di pericolo. Se questo a volte non accade, vuol dire che c’è qualcosa che non va. Ma per fortuna non tutta l’erba è cattiva.
 

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