IL MUSEO DELLE TRADIZIONI POPOLARI E DELLA CIVILTA’ CONTADINA DI NARDO’

Nella torre del castello, la piccola città dei segni
Questo lavoro nasce dalla scelta condivisa di sensibilizzare e rendere sempre più concreto l’approccio alla realtà storico-culturale della nostra terra. La raccolta di strumenti, attrezzi da lavoro, documenti fotografici, oggetti, arredi, vuole dare un apporto concreto e consistente per l’elaborazione di una seria e fattiva strategia legata alla ‘costituzione’ del Museo delle Tradizioni Popolari e della Civiltà Contadina di Nardò. 

Il contenuto di questo importante contenitore culturale, attende solo di essere preservato acquisendo finalmente un valore istituzionale in quanto frutto di una ricerca costante, di lavoro paziente, conseguente all’ esperienza consolidata ormai quarantennale dell’Associazione degli Amici del Museo di Porta Falsa. Storia e territorio sono le componenti con cui gioca la percezione del nostro passato e continuano ad essere il riferimento per il nostro presente e per un probabile, sempre perfettibile, futuro. 

Esse costituiscono il nostro ambiente principale di relazione ed espressione. Ne consegue un ampliamento del nostro orizzonte individuale che dissimula, commuta, sconnette e reimposta i nostri intimi paesaggi relazionali.
Il luogo in cui viviamo, dunque, è legato strettamente alla nostra esperienza ed è suscettibile di trasformazioni connesse a pratiche e ritmi del vivere quotidiano. 

Un’ emozionalità che narra episodi di vita tradotti e sintetizzati in segni “adottati in strumenti di lavoro”. Una città di segni ‘in nuce’. arricchisce quel complesso apparato sistemico, confermando lo stretto rapporto fra una comunità e il territorio. La tradizione è un ambito culturale sempre attivo, è un sistema di verità evidenti, di fronte alle quali l’osservatore attento e ben disposto all’ascolto, riesce a porsi semplicemente in  risonanza. L’esposizione di modelli, attrezzi, documenti e fotografie, pone in evidenza una parte di materiale posseduto e, per questo, conferisce al Museo della Civiltà Contadina di Nardò, quel valore continuamente in progress.
Le ‘tessere’ di quotidiano, si alternano nelle visioni in un gioco complesso, un apparato di segni che compongono attimi scanditi dalla memoria e dall’uso appena percepibile di questi utensìli, come fotogrammi reali di testimonianze documentali, della vita di intere generazioni. Segni di affetti ri-conoscibili, dei quali apprezziamo quei tanti messaggi e la loro funzione sociale, didattica sostanzialmente educativa. Uno spazio museale dunque che andrebbe certamente completato dalla pubblicità in ambiti scolastici, confortato e sostenuto da programmi sociali capaci di far riflettere sull’interpretazione del nostro tempo, ridefinendo magari un nuovo scenario per la cultura e l’appartenenza della nostra collettività a questo meraviglioso territorio. 

Comprendiamo, dunque, un aspetto del mondo fisico che nella sua semplicità è praticamente sconvolgente; contempliamo come ogni materiale possieda la propria vocazione formale e, per un particolare gioco di ruoli, ogni forma pone come pre-requisito d’uso, la sua vocazione materica. Sono convinto, d’altronde, che la conseguenza diretta, della ‘celebrazione’ della tradizione, può costituire una seria rivalutazione della vita presente, riproponendo anche quel valore aggiunto di sostenibilità per i materiali usati e per quell’ economia della conoscenza che da essa si può trarre, utile a stimolare riflessioni e discorsi futuri di riappropriazione delle regole naturali e perciò sicuramente intrisi di un’eco-compatibilità oggi, per noi, resa sempre più obbligatoria.


 Gli oggetti, infatti, dalla loro forma suggeriscono gesti, quindi azioni, che a loro volta generano funzioni, tradotte poi in spazi di vita, realizzati in strutture abitative che li contenevano. La finalità è la trasformazione della natura per meglio viverla, questo, facevano coloro che prima di noi, usavano questi attrezzi. Perciò, una mano che ‘indossa’ questi segni o di un corpo che muta cercando l’estensione e si trasforma, esso stesso, in utensìle, cerca la propria continuità plasmando la materia, modificando l’ambiente intorno; questa è la città dei segni in costruzione. 

Può, allora, il ferro contorcersi, cesellarsi, saldarsi, bucherellarsi, intrecciarsi, il legno trasformarsi, curvarsi, comprimersi, incastrarsi, la pietra sbozzarsi, scolpirsi, levigarsi, non è altro che la mutazione, quindi, la comunicazione della materia. Una matericità strumentale e perfettibile, come d’altronde, lo è il corpo umano immerso in un mondo ancora tutto da comprendere. 

Se l’educazione alla memoria è direttamente legata alla bellezza del mondo in trasformazione, comprendiamo, allora l’essenzialità di componenti conoscitive come la ricerca e la sperimentazione, per la costruzione di una migliore esistenza. I segni che ci circondano, posseggono affinità mutevoli, flessibili, diventano forme di un genere superiore, declinano termini di un linguaggio diverso. L’occhio, nell’osservarli, procede in un labirinto, senza appiglio alcuno, solo la storia dell’esperienza diretta dei nostri nonni, costruisce la trama di un racconto in cui esso si riconosce interprete. 

Questi segni vanno letti, decifrati e ascoltati, intesi come lingua minoritaria, evidentemente sempre esistita, piccole e potenti architetture sottili, come interfacce sempre in stand-by, assolvono a funzioni interpretative del presente.


Alle nuove generazioni troppo assorte nel tempo uguale dell’ombra anestetizzante del ‘virtuale’, ai frenetici abitanti delle mille vite simultanee e vissute, con improbabili mille amicizie scolorite dalla loro moltiplicazione esponenziale, che consuma la parola amicizia, nella sua riproduzione (tecnica) accelerata e la trasforma gadget, arrivi, dunque da questi oggetti del tempo, da questa città dei segni, proposta dall’Associazione Amici Museo di Porta Falsa con il Piccolo Teatro Città di Nardò, il messaggio chiaro di un passato che mai sparirà. Ne siamo sicuri, proprio osservando ed entrando a contatto della materia di questi strumenti, il tempo svela il suo segreto e comprendiamo che la tradizione è testimonianza diretta di un complesso processo storico, ma è anche la custode paziente della bellezza, salutare e necessaria compagna di viaggio della nostra esistenza.

 I ‘veristici’ modelli de “La Nardò sparita” che sono stati realizzati dal Paolo Zacchino, i numerosi attrezzi donati dai tanti cittadini, all’associazione, sono una la firma indelebile a conferma dell’appartenenza al bellissimo racconto di vita della nostra città a questa terra.


Un percorso tra tipologie storiche e torri costiere, descrive un luogo suggestivo che veramente regala emozioni. ‘Praticare’ la tradizione vuol dire allenarsi a scoprire quelle verità possibili che dobbiamo solo saper cogliere sapendo ascoltare questo genere di oggetti. Essi, possono sussurrarci in un tempo e in uno spazio tutto loro, racconti e storie che ci appartengono più di quanto si possa immaginare.

 Auspico quindi che la rivalutazione di questi oggetti-documenti storici, passi per una più globale sistematica strategia sostenuta dalla ormai obbligatoria rete museale e supportata da tecnologie aggiornate che possano rendere possibile qualunque ‘viaggio’ a ritroso nel tempo e sappiano indicare, a quale futuro si possa appartenere, avendo cura di questo bagaglio culturale. La città di Nardò si porrebbe, anche in questo modo, all’avanguardia, anche nell’esporre i propri tesori (tanti) e renderli, quanto prima fruibili dalla comunità a cui appartengono. 

A questo scopo, quindi, è utile la realizzazione di un grande Museo delle Tradizioni Popolari e della Civiltà Contadina di Nardò. Che sia ‘diffuso’ o ‘concentrato’ in un solo contenitore, riconosciamone serenamente la grande potenzialità d’attrazione culturale, turistica e occupazionale. Occorre dunque far confluire in uno spazio adeguato interessi storico-culturali, per la costruzione di una coscienza comune e per iniziare ad ‘osservare’ la propria realtà in maniera diversa sulla base di una reale responsabilità. 

Il Museo delle Tradizioni Popolari e della Civiltà Contadina deve perciò, diventare allo stesso tempo: compagno di giochi per i più piccini, acuto e preparato mentore per gli studi di giovani studiosi di antropologia, archivistica, storia sociale, guida scaltra e divertente per coloro che hanno vissuto quel periodo storico o vogliano, con semplici interviste raccontare il passato, arricchendo il materiale d’archivio dello stesso Museo.
Per il futuro? Che siano privati interessati al grande progetto di allestimento o la creazione di una fondazione o ancora venga acquisito dal Comune l’immenso materiale, naturalmente e fisiologicamente con la gestione diretta dell’Associazione Amici Museo di Porta Falsa e Piccolo il Teatro Città di Nardò che l’hanno creato, il Museo delle Tradizioni Popolari e della Civiltà Contadina di Nardò, riteniamo con chiara e trasparente concretezza, possa tracciare nuove strade di conoscenza e valorizzazione del territorio e sia riconosciuto in ambito regionale e oltre come un serbatoio di ricchezza inesauribile, una soluzione ottimale per dare inizio alla importante e competente svolta culturale, tanto attesa, per la città di Nardò.
Osservatorio sulla città – Nardò (Le)
 

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