Il linguaggio e le sue ombre di Paola Bisconti

 
 
La leggendaria costruzione della Torre di Babele narrata nel libro della Genesi è una storia molto affascinante che spiega l’origine delle lingue. L’aurea mitologica che avvolge l’episodio vede molteplici interpretazioni riguardo la distruzione del minareto, la più nota attribuisce come causa dell’abbattimento, una punizione mandata da Dio perché irato dinanzi alla presunzione dell’uomo. Così tutti si ritrovarono in una confusione disgregante iniziando a parlare lingue differenti. Questa diversità è senza dubbio una delle più importanti ricchezze appartenenti all’essere umano. La lingua in quanto espressione di un’identità comunitaria è il riconoscimento di un popolo che adatta e modella il linguaggio in base alle proprie usanze, abitudini e modi di pensare. Le molteplici peculiarità delle lingue del mondo sono oggetto di studio degli esperti che interpretano le varie scelte linguistiche. Ma cosa accade quando si impiegano espressioni o si usano frasi che camuffano dei pregiudizi e celano stereotipi? Per esempio: se una donna ricopre un ruolo di un certo rilievo nella società, ma viene presentata con un titolo al maschile (il sindaco anziché la sindaca) cosa può indurre nel lettore un apparentemente innocuo dettaglio che in realtà è un vero e proprio errore di genere? Spesso la scelta deriva da un fattore melodico. In alcuni casi, infatti, l’espressione maschile di un termine ha un suono migliore rispetto a quella femminile (dire o scrivere sindaco al posto di sindaca è obiettivamente più armonioso). Ma non è esatto. Le conclusioni riguardo un dibattito aperto da tempo sulla questione giungono a considerare un linguaggio stereotipato come il riflesso di un contesto sociale ricco di pregiudizi, nonostante nel corso della storia alcuni popoli abbiano raggiunto ammirevoli traguardi in fatto di uguaglianza. Si tratta di una sottile “linea rossa” invisibile agli occhi della maggior parte dei lettori, ma che è un vero e proprio ostacolo per molti altri che vorrebbero abbattere quelle barriere verbali che relegano l’informazione ad un semplice canale di trasmissione delle notizie. In realtà si dovrebbe auspicare a una maggiore consapevolezza sull’uso di alcuni termini perché potrebbero comportare una vera e propria modifica del pensiero. La forza della parola è una nobilissima arma impiegata astutamente da chi intende comunicare un concetto oppure propinare una merce convincendo l’ascoltatore o il lettore sull’indispensabilità di un oggetto rispetto ad un altro. I più abili sono i pubblicitari che con gli spot condizionano gli acquisti della gente, creando spesso una sorta di “bisogno indotto” anche nei bambini che scelgono i giocattoli che riproducono il mondo degli adulti. A tal proposito, particolarmente interessante è la campagna americana “Pink Stink. Guerra al rosa” ideata con l’intento di boicottare tutti quei prodotti rivolti alle bambine attratte dal rosa, colore che per antonomasia è legato al genere femminile, ma che rappresentano un tipo di donna che non resiste al desiderio di truccarsi, alla smania di fare shopping e alla più preoccupante bramosia di accaparrarsi un principe azzurro, l’uomo dei sogni, aitante e benestante. Ai messaggi pubblicitari si aggiungono i film, le fiction, le serie tv, i giornalini che “sponsorizzano” un’idea di donna civettuola alla perenne ricerca delle futilità della vita. Ancora più allarmanti sono le modalità impiegate dalle numerose campagne di sensibilizzazione riguardo il fenomeno del femminicidio, che nonostante il loro ammirevole tentativo di rendere cosciente l’opinione pubblica sul problema, non fanno altro che offrire immagini in cui la donna compare con l’occhio nero, il volto tumefatto, il viso insanguinato alimentando quindi lo stereotipo del sesso debole. Il linguaggio stereotipato è una tematica particolarmente interessante, a riguardo si è espresso l’Unesco che in un documento pubblicato nel 1994 invitava gli addetti agli organi d’informazione a prendere coscienza sull’utilizzo di alcune forme di linguaggio che possono essere discriminatorie e penalizzanti nei confronti della donna, del fanciullo, dello straniero, ecc.Anche l’Accademia della Crusca, l’istituto nazionale per la salvaguardia e lo studio della lingua italiana, ha ribadito l’impiego di una grammatica che prenda in considerazione uomini e donne ricordando così una semplice ma illuminante dichiarazione della rivoluzionaria Rosa Luxemburg che affermava quanto sia indispensabile chiamare le cose con il proprio nome.

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