Il futuro dell’informazione è il futuro della democrazia di Lucia Accoto

Prima di ogni firma, di ogni volto, c’è una storia. Il giornalista, tra telecamere e taccuino, ha una sua dignità. Nei vocabolari del potere la parola dignità compare poco, forse non c’è mai stata. Figuriamoci in quelli dell’editoria. Eppure conviene pronunciarla, sempre, anche se mi rendo conto, che per molti, è dire tutto e non dire niente. Di certo, quella dignità di scrittura, di serietà, di onestà intellettuale potrebbe far da esca ad un certo sentire comune. I giornalisti oggi affiorano, molti annaspano, vengono ricacciati indietro, per scelte editoriali scellerate, per incapacità imprenditoriale, per vaneggiamento di onnipotenza. La crisi da una parte, che mette con le spalle al muro gli editori, e l’irresponsabilità degli imprenditori dell’editoria dall’altra, che invece di investire si sono garantiti facili finanziamenti pubblici da più parti per pagare, anzi per sottopagare spesso, soprattutto gli operatori della comunicazione. Tempi d’oro questi. Tempi che sembrano solo un lontano ricordo. E quando i finanziamenti non ci sono più, si chiudono i rubinetti, si licenzia. È facile fare gli editori con i fondi dell’Ue, della Regione, della Provincia, del Comune. Tant’è che molti di loro sembrano essere editori intoccabili. Sparuti, invece, sono diventati ex, hanno preferito guardare ad altro, continuare a stare nel mercato dell’editoria scendendo in campo con un nuovo profilo. Saper investire è un’altra cosa. Lo sanno i giornalisti animati dalla passione per il proprio lavoro. Dalla forza che li spinge, ogni giorno, ad andare avanti, a continuare a denti stretti, perché il giornalismo è la loro vita fatta anche di umiliazioni, tante nel corso degli anni per i veterani.
I giornalisti, quelli veri, non guardano l’orologio, le ore di lavoro, tantissime, per garantire un servizio, un articolo, una diretta, un approfondimento, insomma per informare. Gli stessi giornalisti, che spesso, hanno subito mobbing, pressioni in redazione perché metterli alla prova, sfruttarli, è un copione di quelle realtà che sembrano forti, ma che sono infelici. Eppure i giornalisti, determinati, dallo stomaco duro, si fanno scivolare tutto, procedendo a carrarmato per continuare a fare ciò che amano, ma dinanzi al mancato rispetto alcuni girano i tacchi senza mai fermarsi, molti invece subiscono ancora. Arrancano nella speranza che il posto lasciato dal collega possa essere occupato, non per merito, ma per numero. Gli editori lo sanno bene. Esponenziale la domanda di chi vuol far parte del mondo del giornalismo. Quindi riciclare, sostituire, inserire ed eliminare in una redazione non è un grosso problema. La richiesta è tanta. Molti giornalisti – non ho detto aspiranti – sono disposti a lavorare gratis pur di vedere la propria firma sui quotidiani o il proprio volto in Tv. Situazione questa che rappresenta la maglia nera, il cancro professionale, di una categoria al declino. Certo, parlo di quei giornalisti vogliosi solo di vetrina, di visibilità. Di quelli che amano solo essere riconosciuti al bar, nei negozi, ma che sono ben lontani dalla vera essenza dell’informazione, di quel giornalismo fatto di caccia alla notizia, di ricerca di fonti, di notti insonni, di sveglie all’alba, di ore ed ore di scrittura, di sacrificio quotidiano, di impegno costante, di privazioni personali. Per loro parla il giudizio della gente, perché tutti siamo esposti alla critica, ai commenti. Tutti abbiamo il dito puntato contro. Ad ognuno il suo, stimati o affossati per ciò che dimostriamo di saper fare o di non riuscire a fare. Si può aguzzare lo sguardo quanto si vuole, non si può mascherare a lungo la propria incapacità senza lasciare traccia. È fuori discussione: oggi gli operatori della comunicazione sono soprattutto precari. Condizione che a molti lascia indifferenti. Dovrà pur esserci una ragione, se una semplicissima parola, giornalismo, non ha fatto altro che scatenare umori e passioni. Eppure di giornalismo sembrano nutrirsi, soprattutto oggi, coloro che con l’informazione non hanno mai avuto nulla a che fare. Dominati solo dal desiderio di esserci in rete. Pseudo editori e pseudo giornalisti che aprono siti web per racimolare un “Mi Piace”, ma che nella vita fanno altro, che il giornalismo non sanno cosa sia, non lo sanno fare, che si improvvisano in tutto: giornalisti, registi, operatori. E si vede. Eccome se non si vede. Basta vedere i loro video che di amatoriale non hanno neanche la passione, più arrangiati ed improvvisati di una prova elementare. Basta sentirli nei loro stand up, miseri, privi di dizione, lontani dalla notizia. Anzi, pur di esserci confondono il presenzialismo con la fondatezza di una notizia, che spesso non c’è. Come dire, sono avvezzi alle marchette, strizzano l’occhio al richiamo di incontri voluti dalla politica per farsi vedere, per dire che esistono, per dire con le loro telecamerine poi agli stessi politici di ricordarsi di loro, di aiutarli a crescere. Sono loro uno dei primi intralci alla categoria dei giornalisti e degli editori. Concorrenza sleale, fondata sul copia ed incolla. Uno schiaffo morale ai professionisti tra registi, operatori, cameraman, fonici, grafici, a chi questo lavoro lo sa fare e lo fa, anche bene. Ma sul web, loro, gli improvvisatori della comunicazione, non hanno regole. Già. Ce ne siamo accorti. E nel mercato dell’editoria, delle tirature di giornali, di dati auditel, vanno avanti in pochi. Chi resiste, chi investe e chi riesce fare strategia. Per gli altri, per tutti gli altri, c’è l’inizio di una fine. Chiudono le emittenti televisive, anche quelle storiche, chiudono testate giornalistiche, anche quelle importanti. Non è mai abbastanza. Avverto un fastidioso ordine nel disordine generale. Come chiudere la bocca a tanti, come privarli dell’inchiostro, come non garantire la pluralità dell’informazione. Ogni giorno mi sembra di vivere una storia di uomini e fantocci. Di arroganza e di coraggio. Di chi vuol fare dell’informazione una testimonianza di verità e di libertà e di chi pensa che l’informazione sia solo il canale per apparire e far apparire. Lo scenario della crisi rende tutto più complicato e difficile. Ma l’informazione libera, priva di condizionamenti, così come la professionalità espressione di rigore, di studio, di analisi, di approfondimento, non hanno e non possono avere alternative.

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