Gli immigrati a Nardò una ripartenza che vuole essere esempio di Lucia Accoto

Non è chiuso a Nardò il capitolo lavoratori stagionali. Non chiude neanche Boncuri. Anzi il processo di cambiamento riparte da lì, dove tutto ha avuto inizio. E così comincia una nuova storia che si fonda sull’integrazione, sull’accoglienza, sul rispetto del valore della vita, sulla tutela della dignità dell’uomo, ma anche sul principio che porta a considerare l’apertura alle diverse etnie come uno dei mezzi che può far crescere il nostro Paese. Verso gli ultimi, gli emarginati, i poveri. Verso chi cerca un minimo di sostentamento e un raggio di speranza. E l’amministrazione comunale di Nardò pianifica una serie di iniziative volte al recupero e all’integrazione culturale di tutti coloro che scelgono da anni di andare a Nardò per avere uno straccio di lavoro, anche se precario, anche se duro, anche se per due mesi l’anno. Il comune salentino intende, in questo modo, promuovere un progetto pilota recuperando ed arricchendo così valori civili e di integrazione con un pezzo di storia locale legata a quella dei braccianti agricoli di colore. La masseria Boncuri, una tendopoli, presentava rischi altissimi per la sicurezza dei lavoratori. Più che tendopoli era “inferno”. Una realtà da terzo mondo le condizioni di vita quotidiana cui era costretta la manodopera stagionale migrante. Ora, lì dove un tempo miseria e degrado allo stato puro imperversavano prepotentemente si avvia una rivoluzione radicale. Presto sedici rifugiati politici potranno trovare ospitalità a Boncuri. 350mila euro la somma finanziata dal Pon Sicurezza da parte del Ministero dell’Interno per i lavori di ristrutturazione del fabbricato e quelli relativa all’area esterna. Saranno previsti cinque impianti di produzione di acqua sanitaria mediante l’istallazione di un boyler a pannelli solari, nuove murature e tramezzature, nuovi rivestimenti e pavimenti, servizi igienici anche per disabili, la realizzazione di un gruppo di docce, l’istallazione di nuovi lavabi, rifacimento degli impianti elettrici. Gli ambienti al piano terra della struttura saranno destinati, invece, ai servizi essenziali del centro di accoglienza. Verranno ricavate quattro camere da letto, ciascuna per ospitare sino a quattro posti letto per un totale di sedici. Non ci saranno barriere architettoniche. E’ prevista un’infermeria, un’aula didattica per la formazione degli immigrati. Si, perché saranno promosse le politiche di integrazione ed le iniziative volte alla formazione di integrazione scolastica anche per i figli degli immigrati. Lo scopo è quello di fornire gli strumenti per creare il legame tra terra-comunità locali promuovendo così anche il rispetto del territorio attraverso la cultura delle arti. Un piano di cambiamento quindi ricco ed articolato per rispettare la cultura dell’accoglienza sotto tutti i punti di vista, dalla rete dei servizi sociali, sanitari, dell’istruzione, di consulenza specialistica. L’amministrazione comunale di Nardò, dopo aver affrontato l’ultimo nodo, cioè il provvedimento urgente di chiusura dell’ex falegnameria perché la struttura metteva a rischio l’incolumità dei braccianti agricoli immigrati ed addetti alla raccolta delle angurie, pianifica una serie di nuove iniziative per non dimenticare nessuno dei lavoratori stranieri, neanche quelli stanziali che non tornano nel proprio Paese, ma che faticano a restare a galla, un po’ come tutti, perché è difficile lavorare quasi tutti i mesi, figuriamoci tutti i giorni. Ma cosa chiedono gli immigrati? Una casa ed un lavoro. Nulla di più, nulla di meno. E il sindaco di Nardò, Marcello Risi, si rimbocca le maniche affinchè i lavoratori abbiano un tetto e condizioni di vita decorose e non misere. Certo, le immagini documentate da Culturiachannel nell’uliveto dove sono accampati circa cinquanta braccianti agricoli di colore parlano di abbandono, di degrado, di miseria totale, quasi fossero le scene di un film di un altro Paese, non il nostro. Che pure è nel novero dei grandi Paesi europei. Evidente, dunque, che una situazione così preoccupante richieda un’azione a breve termine. E difatti, il Comune ha già definito le linee guida da seguire. In Italia si contano 383mila stranieri che chiedono lavoro di questi circa 200 arrivano a Nardò, soprattutto nel periodo della raccolta delle angurie, per cui l’amministrazione comunale deve fare la propria parte stilando e delineando progetti ed interventi. Tra i lavoratori immigrati alcuni hanno trovato alloggio nel centro della città, per altri invece trovare una casa in affitto è un problema. Ecco allora che supplisce l’azione pubblica con il centro di accoglienza in località Scianne. Si tratta di una struttura dotata di acqua potabile, di servizi igienici, ma troppo isolata dal centro cittadino, per questo non ha registrato ancora nessuna presenza. Sei, infatti, i braccianti che hanno messo piede per qualche giorno soltanto, ma questo è un dato talmente irrisorio che si può dire che il centro di accoglienza non ha avuto il battesimo che si sperava. Con la buona pace degli oltre 30mila euro spesi per realizzarlo. Il primo cittadino di Nardò, Marcello Risi, pesa le parole perché sa che un’idea invece che un fatto non avrebbe lo stesso valore. È diretto e preciso. Nel 2014 Nardò si attiva per realizzare un centro di accoglienza più vicino alla zona urbana. La spola a piedi sulla strada provinciale per la manodopera straniera non solo è pericolosa, ma sarebbe una risposta inadeguata di fronte alle esigenze reali dei lavoratori che hanno pochissimo a cui deve essere data la praticità di movimenti in tempi brevi, pullman a parte. Il Comune di Nardò, dunque, reagisce ed agisce. La Puglia è terra d’accoglienza generosa e il Salento tante e tante volte ha aperto il cuore della sua gente ai migranti. Poi, sappiamo bene che ci sono tantissimi lavori in Italia che i nostri connazionali non vogliono fare più. Inutile girarci intorno perché è un dato della realtà. Se non ci fosse la manodopera immigrata cosa sarebbe della nostra agricoltura? Ovviamente di fronte a gente che cerca lavoro e che per venire nel nostro Paese ha compiuto centinaia di chilometri o miglia di miglia, spessissimo in condizioni estreme, nessuno – per coscienza anzitutto, e poi per civiltà – dovrebbe essere tentato di speculare. Non è solo il pubblico che deve assicurare agli immigrati una condizione di vita dignitosa, ma anche chi li assume deve garantire la loro dignità. Non ci sono, non ci possono essere differenze o demarcazioni. E allora l’esempio positivo di Nardò, con le nuove esperienze che si andranno a fare, sia uno stimolo per tutti. Un riscatto dal passato con delle ombre e un esempio a cui guardare dal resto d’Italia Leggeremo così altri capitoli.

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