Non basta lo sdegno dinanzi ai morti di Lampedusa di Lucia Accoto

Non è finita. Bisogna ancora scendere nella vergogna e inabissarsi per dare un nome ed un numero alle altre vittime del naufragio a Lampedusa. La strage di migranti all’isola dei Conigli è una storia che si ripete, che si aggancia in fondo a quelle stragi già conosciute, analizzate e fin troppo risapute. Eppure, la verità è lì a pelo d’acqua e sott’acqua. La verità la si può toccare, leggere, ma c’è sempre qualcos’altro,qualcosa di sommerso, una menzogna, una deviazione che la rende ancora più drammatica. Questa è una di quelle storie che avvengono in Italia, in Sicilia, dove spesso come in Puglia, l’inizio coincide con la fine. E la fine inizia con un sogno, con una speranza inafferrabile. L’inizio e il sogno sono la fuga da miseria, oppressione, mancanza di libertà e dignità. La fine, invece, è un rantolo, un grido di dolore, il livello dell’acqua che sale impietosamente e drammaticamente, la morte. E poi i filmati, le immagini di corpi esanimi allineati sulle banchine, oppure – se i migranti riescono ad essere salvati – di corpi stremati sorretti dal destino e dalla mano di chi li aiuta a recuperare il filo della vita. Per raccontare la strage di Lampedusa bisognerebbe tornare indietro. Tornare nel Paese degli immigrati, terra di conflitti, di abusi, di fame e di morte. Ma la morte l’hanno trovata anche qui, nella linea di confine tra loro e la terra promessa, tra loro e la conquista della dignità. Quella linea separatista, agognata per la libertà, conta purtroppo centinaia di migliaia di vittime. Da vent’anni a questa parte moltissime sono state le vittime per superare l’onda della speranza. E malgrado le denunce, malgrado le tante voci che dicono “ora basta”, tutto sembra ripetersi. Come un copione. Come la trama di un film visto e rivisto centinaia di volte. L’ultimo naufragio a Lampedusa non può essere ricostruito con le parole. Perchè restano lì, ferme, mozzate in fondo al cuore. E’ una storia, una tragedia che si racconta con gli sguardi persi, assenti. Che si racconta con il dolore, con le urla, con la disperazione, con i soccorsi. E la legge Bossi – Fini mina anche la volontà dell’aiuto. All’isola dei Conigli la colonna dei soccorsi è partita subito da parte di pescatori e diportisti. Ma le polemiche non sono mancate. Nel mirino sono le azioni e le mancate azioni. Alcuni superstiti accusano: “tre pescherecci ci hanno visto, ma non ci hanno soccorso”. Questo perché la Bossi-Fini proibisce di prestare soccorso ai barconi carici di immigrati. La pena è fino a 15 anni di reclusione per il reato di favoreggiamento di clandestini. Quindi non si rispetta la legge del mare: prestare soccorso a chiunque si trovi in difficoltà. Emblematico quanto raccontano alcuni diportisti che hanno prestato soccorso ai naufraghi. Hanno accusato la Capitaneria di Porto di averli impedito di imbarcare alcuni migranti perchè il protocollo non lo consentiva mentre gli stessi superstiti sono indagati per immigrazione clandestina. Un atto dovuto, ma che stride con la tragedia che si è consumata in quello specchio d’acqua, proprio davanti a Lampedusa. Lo Stato manda i suoi uomini e le sue donne nell’isola siciliana: dal ministro all’Interno, Angelino Alfano, al ministro per l’Integrazione, Cècile Kyenge, per finire al presidente della Camera, Laura Boldrini. Tutti hanno avuto una parola, hanno espresso un commento. Ma le parole non bastano. Servono invece azioni e accordi bilaterali per creare una immigrazione legale. L’Italia non può essere una leggenda per i migranti e l’imbuto in cui convergono tutti. Perché quest’immagine del nostro Paese che può dare lavoro, benessere e speranza a tutti non esiste. Rotta anch’essa dalla devastante crisi economica che piega in due il nostro Paese. E allora occorrono controlli sulle linee di confine ed una politica adeguata. Intendendo per questa una politica che crei lì, in quei Paesi, le condizioni per una stabilità democratica e per un avvio di vita civile ed ordinata. In altri termini, dobbiamo cercare di esportare legalità, democrazia, le basi dello sviluppo. Ma l’Italia da sola non può farcela. Ecco perché il nostro Paese deve essere sostenuto dall’Europa. La Francia ha chiesto una riunione urgente dei Paesi Ue sull’immigrazione. Il presidente della Commissione Europea, Barroso, nelle prossime ore sarà a Lampedusa. Il grande movimento di immigrazione mette in crisi tutti e tutti dovrebbero attivarsi e adoperarsi per evitare stragi come quella di Lampedusa e come tante altre che si sono verificate in passato, in un passato poi non tanto remoto. La nostra coscienza di donne e uomini liberi non può limitarsi allo sdegno, quasi per mettersi a posto la coscienza. Serve di più. Molto di più. Perché dopo quello che è accaduto, nessuno, davvero nessuno puo’ e deve tollerare che presto un altro carico di disperazione e di morte invada Lampedusa.

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