“Alla fame cercano pane” di Lucia Accoto

Ero affamata di giornalismo. Anzi, della passione per il giornalismo. Oggi ho una fame diversa e tanta rabbia negli occhi. Gli stessi che hanno sempre osservato, colto i dettagli affinchè riportassi i fatti, le notizie, la realtà per meglio raccontare. L’informazione è una formazione personale fatta di studio, di impegno, di caparbietà, di determinazione, di serietà ed onestà intellettuale.
Giocavo a fare il Tg da bambina. Mi piaceva Carmen Lasorella, il suo modo sicuro, diretto. La sua professionalità. Non perdevo mai un telegiornale e ne seguivo più di uno al giorno con il mio papà. Improvvisavo, sempre, per gioco un’edizione straordinaria di un notiziario. Sul tavolo fogli bianchi. La molletta del bucato per microfono attaccata alla camicia e la scioltezza di chi pensava già che quello sarebbe stato il suo lavoro, da grande, erano la genuinità di una passione. E così è stato. Era naturale che il giornalismo diventasse il mio lavoro. Nel curriculum anni di scrittura, di dirette televisive, di redazioni. Anni di sacrificio, di restrizioni, di privazioni personali per far strada alle soddisfazioni professionali. Nei colloqui respiravo aria di indottrinamento, nelle redazioni di attaccamento alla notizia, di caccia alla notizia. E tutto aveva un profumo diverso: quello di fare ciò che si è sempre sognato. Oggi, invece, tutto è inodore, introvabile. I colloqui sono sempre più rari, gli editori sembrano aver fatto voto di povertà. I giornalisti, almeno quelli patentati solo alla visibilità ed al copia ed incolla, hanno smesso di indagare, di trovare la notizia e quindi di approfondire. Questo giornalismo, francamente, non lo riconosco più. Dovrebbero tacere coloro che ci presentano una serie di errori negli articoli o nei comunicati stampa. Del resto, nell’era del web dove l’unica regola è quella di non seguire nessuna regola – dove scrivono e pubblicano tutti anche se non tutto è degno di pubblicazione da parte di tutti – molti non hanno conosciuto i tempi in cui si veniva buttati fuori da una redazione perché non si sapeva scrivere neanche le “note” o notizie brevi. Si era bollati come incapaci. Insomma, non si era tagliati a fare il mestiere del giornalista e per questo esclusi, eliminati, defenestrati, mandati a casa. A casa, oggi, restano in tanti. Bravi compresi. Anche quei giornalisti che hanno accettano il corteggiamento di politici vanagloriosi che li hanno chiamati per occuparsi della loro comunicazione. E sentirsi comunicare che non pagheranno per il lavoro ricevuto è un fastidioso colpo da mandare giù. Ma ai colpi bassi i giornalisti sono abituati. Hanno fatto il callo, almeno quelli di lunga gavetta e di seria esperienza. Per questo sono corazzati e non si lasciano ingannare, ma rispettare sempre. Infine, ci sono i furbi, quelli senza gavetta, nè arte né parte che chiamano il giornalista per garantirsi la sua fama ed avere così sui social network maggiori visualizzazioni a seconda dell’articolo pubblicato. Insomma, gli smidollati che pensano di fare presa sui giornalisti precari, disoccupati, solo per chiedere pane alla fame senza mettere mano al portafogli, senza essere sfiorati dal pensiero che quello del giornalista è un lavoro e come tale va retribuito. Eppure, “le volpi” della comunicazione chiedono la penna dei giornalisti per i portali che gestiscono in modo improprio e senza alcun barlume di rispetto per il giornalismo, quello vero e serio.
Forse sarebbe meglio restare un po’ a digiuno – la passione bisognerebbe metterla da parte – selezionare anche le speranze e centellinare le parole. Solo così si potrà capire come spendersi nei futuri colloqui e rifiutare le brutte piaghe e pagine del giornalismo.

editorale

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