Alfano e il caso kazako. Quella fiducia che non alimenta fiducia di Lucia Accoto

La ferita resta aperta, tamponata a dovere, ma aperta. Il Senato sceglie la diplomazia mantenendo un certo amplob con la bocciatura della mozione di sfiducia nei confronti del ministro all’Interno, Angelino Alfano, dopo il caso Shalabayeva. Contento Alfano, contento Berlusconi, soddisfatto il premier Letta, sorrisi forzati per il Pd. Ma non ci sarebbe da star tranquilli. Il giallo resta. E resta pure forte la fibrillazione politica. Il chiarimento, si apprende, è rinviato a settembre, mese in cui potrebbe esserci anche un rimpasto che toccherebbe anche il Viminale. Quello kazako, il caso che ha imbarazzato nelle ultime settimane l’Italia, più che un inciampo politico sembrerebbe confermare come l’Italia gestisca in modo pasticciato vicende delicate. Alla carlona per essere più espliciti. Restano le zone grigie sebbene oggi molti si dichiarino colombe cercando di ricucire lo strappo. Nel pasticcio Kazakistan ci sono diversi dilettanti allo sbaraglio pronti a nascondere le mani sporche di fango perché la faccia, o meglio la reputazione, non può essere compromessa. Per alcuni, per il ministro Alfano. 
Eppure basterebbe leggere poche righe, leggerle bene, per notare come un passaggio della relazione del capo della polizia, Alessandro Pansa, porti ad un’altra direzione che cambia radicalmente la ricostruzione dei fatti sino ad oggi propinataci dal ministro dell’Interno in una debole quanto infantile difesa personale e di Governo. È impensabile che il capo di Gabinetto del Viminale, Procaccini, abbia preso decisioni in piena autonomia senza per nulla riferire già nei giorni successivi il 28 maggio scorso al ministro Alfano. Suvvia, il capo di Gabinetto è lo stretto collaboratore del ministro, lo supporta nelle decisioni e negli obiettivi politici ed amministrativi del dicastero. Non a caso Procaccini riceve i diplomatici kazaki al posto di Alfano ed è poi Procaccini a girare il caso al Dipartimento di pubblica sicurezza perché faccia i dovuti accertamenti. Insomma, certi incontri non avvengono per caso, né per caso partono certe decisioni. Questo per dire che il ruolo del capo di Gabinetto è importante anche se non decide al posto del ministro stesso. Ha contatti di fiducia e spesso è scelto in base a quei criteri di fiducia. Eppure Alfano “sfiducia” Procaccini, l’intera gerarchia, l’intero quadro di comando di chi ha svolto per anni un lavoro al servizio delle istituzioni. Certo, la politica per Alfano sarebbe un impiego come scaricare responsabilità e caricarsi consensi. È un politico impegnato, anzi super impegnato, lavora sodo. Ha tre cariche, deve seguire tutto, essere ovunque. Gli può sfuggire qualcosa, no? No, ne modo più assoluto! Non può permettersi il lusso di procedere a tentoni, non può avere una “infarinatura” da ministro, da vicepremier e da segretario nazionale del Pdl per i troppi impegni. Il “lavoro” va fatto e va fatto bene visto che lui è ai vertici e ha una responsabilità verso il Paese soprattutto da vicepremier e da ministro per il giuramento prestato alla Repubblica. E il rispetto al Paese è doveroso, un Paese denigrato ancora una volta a livello internazionale anche per via dell’incapacità di molti, compresa la sua. Alfano recupera con la fiducia del Senato, Letta resiste con la stessa fiducia. Io però vedo l’inettitudine della politica. Fumo negli occhi come in fumo potrebbero andare i rapporti con un Paese ad alto voltaggio economico. Il Kazakistan è un vero polmone commerciale, uno dei più importanti, centro del gasdotto e grazie a quella politica energetica l’Italia ha ottenuto anche la sua autonomia. Il caso Shalabayeva ha evidenziato delle crepe enormi: omissione di vigilanza, violazione della convenzione internazionale dei diritti sull’infanzia, mancata relazione tra i servizi d’informazione e il Governo per definire una mappa precisa di situazioni, nomi, posti ed eventuali reati. Questioni queste che non sono bazzecole. Eppure ci sarebbe una sciatteria nel gestire la nostra sovranità da renderci piccoli dinanzi agli altri. L’arroganza in quei politici che mascherano per non cadere è tanta e tale da farli apparire giganti solo a se stessi. Il punto è che loro ci credono. Molti sono costretti, per strategia, a crederci, a seguirli nella visione deleteria di una politica in rovina. Fatto sta che pochissimi, animati da una sincero desiderio di verità, potrebbero dire che è vero il contrario. Alfano ha la fiducia, Letta ha la fiducia, per ora. Ma nessuno vive felice e contento, sul serio.

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